Per riflettere: Si scopre un tesoro, ma non è merito del caso

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Per riflettere: Si scopre un tesoro, ma non è merito del caso

Messaggio Da stefano24 il Gio Nov 13, 2008 4:05 pm

Dal libro "I cento talleri di Kant"

Il caso esiste? I più rispondono di sì. Ma non i filosofi dell’antichità, i quali cercavano di esorcizzarlo per ricondurre ogni fenomeno del quotidiano, anche il più inatteso e arbitrario, a una spiegazione razionale. Nel Medioevo, quando era diffusa la credenza che ogni cosa fosse assoggettata all'ordine divino, il caso, come mostra un esempio di Boezio (480-526), fu rigettato come privo di senso e ricondotto alla provvidenza.

Siamo nel VI secolo. Un personaggio altolocato e caduto in disgrazia sotto l'accusa di alto tradimento. E Severino Boezio, consigliere di Teodorico, re dei Goti. Lo scenario é torbido, la vicenda drammatica. L'esecuzione non è lontana, tuttavia il condannato, filosofo e letterato, non si perde d'animo e trova nella filosofia la consolazione degli ultimi scampoli di vita. Non dimentica neppure l'ossequio alla tradizione letteraria, che è solita rappresentare la filosofia sotto le sembianze di una bella donna. Si mette quindi a scrivere e immagina che questa gli appaia coperta da un velo ricamato: in una mano i ferri del mestiere, alcuni libri, nell'altra simbolo del suo prestigio, uno scettro.
«Ed io, che avevo la vista oscurata dalle lacrime ne potevo distinguere chi mai fosse questa donna di cosi imperiosa autorità, restai stupefatto, e volti gli occhi a terra mi disposi ad attendere in silenzio quel che avrebbe di seguito fatto. Essa allora, venendo più vicina, si sedette all'estremità del mio lettino» (La consolazione della filosofia, I, 1, 40).
All'inizio Boezio si sfoga piangendo con la donna misteriosa, come farebbe un detenuto ingiustamente condannato con la fidanzata che va a fargli visita. E’ innocente, ma, crudele destino, dei falsi testimoni hanno firmato la sua condanna. Piange per lo sconforto, ma le coccole verbali della gradita ospite sono un toccasana. La donna, che ha rivelato di essere nientemeno che la Filosofia, snocciola riflessioni sorprendenti e paradossali sulla fortuna. Vuole convincere l'infelice segregato che l'avversa sorte è più giovevole di quella buona. E ci riesce: la felicità non dipende dai beni esteriori, le cariche pubbliche non rendono gli uomini migliori, i piaceri sono fonte di miserie. Affascinato dalla bella donna, il prigioniero non si lamenta più del suo destino di oppresso, ma ammette che la fortuna l'ha baciato in fronte proprio mentre lo bastona.
L'appetito vien mangiando. Sollevato dalle angosce, Boezio si avventura a sfidare la sua ospite. Come la mettiamo con l'esistenza del male? La signora Filosofia non ha esitazioni e parla dalla cattedra: il male non porta infelicità agli onesti che lo subiscono, ma solo ai malvagi che lo compiono. Ma come può esistere il caso? Come si concilia con la provvidenza divina? E la donna: il caso non esiste, perchè Dio assoggetta al suo ordine tutte le cose. Dunque, ribatte Boezio, niente può definirsi casuale o fortuito? A questo punto la Filosofia ricorre a un esempio per mostrare al suo adepto che non c'e nulla di fortuito che non abbia una causa. Eccolo.
Se qualcuno scavando la terra per coltivare il suo campo, vi trovasse un tesoro, diremmo che ciò è avvenuto per un cieco caso? A prima vista si risponderebbe di si. Ma in realtà, spiega la Filosofia, ciò che chiamiamo caso non è che l'effetto di una serie di cause convergenti che determinano un esito diverso da quello che una persona si aspettava. “Se infatti l'agricoltore non avesse scavato la terra, se chi depositò il tesoro non l'avesse sotterrato proprio in quel luogo, l’oro non si sarebbe trovato. Queste sono dunque le cause del fortuito guadagno, che nasce da cause convergenti e confluenti, e non dall'intenzione di chi agisce. Ne chi nascose l'oro ne chi lavorò il campo si proponeva di trovare quel tesoro; ma, come ho detto, si è data la coincidenza e la combinazione che l'uno scavasse dove l'altro aveva nascosto” (Ibid., V, 1, 35-45).
A che cosa si riduce, allora, quello che chiamiamo caso? «A un avvenimento inatteso prodotto da cause confluenti in azioni che si compiono per qualche motivo ». E le cause che hanno prodotto quell'evento sono a loro volta fortuite o invece anelli di una catena fatale? Boezio sembra propendere per una risposta materialistica: nei monti della Mesopotamia i fiumi Tigri ed Eufrate zampillano da una stessa fonte, per poi divergono separando le loro acque. E’ una fortuna, perchè se confluissero creerebbero un gorgo che travolgerebbe sia i tronchi che le barche. E’ un caso fortuito, ma in realtà chi lo produce è la natura digradante del suolo su cui scorrono. Dunque il caso coincide con una fortuna.
Aristotele, che qui Boezio tiene presente, aveva distinto caso (symbebek6s) dalla fortuna (tyche). Il caso riguarda anche gli animali e le cose inanimate. Ad esempio, un masso è caduto per caso. Qualora ne approfittiamo per sedercisi sopra, non possiamo dire che sia caduto per quello scopo. Invece parliamo di fortuna quando qualcosa sia accaduto per opera di un individuo responsabile, anche se non consapevole delle possibili conseguenze. Ad esempio, se qualcuno colpisce un altro con una pietra senza intenzione di farlo, ma perchè ha lanciato la pietra per gioco, si tratta di un evento fortuito. Per il nostro codice penale si tratterebbe di un reato colposo.
In genere attribuiamo al fato soprattutto gli eventi per noi negativi. Degli aspetti positivi della nostra vita non avvertiamo il bisogno di una spiegazione, perchè ci sembrano naturali. Invece, degli eventi negativi ci viene spontaneo chiederci: perchè proprio a me? Cicerone, che ebbe il merito di esprimere lucidamente questo interrogativo paradossale, lo collegava con un argomento altrettanto paradossale, detto il « ragionamento pigro », cioè quel ragionamento ubbidendo al quale nessuno farebbe più niente nella vita: « Se il tuo fato è che tu debba guarire da questa malattia, guarirai o che tu chiami il medico o che non lo chiami; e altrettanto se il tuo fato è che tu non debba guarire, non guarirai o che tu chiami il medico o che non lo chiami. Ma poiché o uno o l'altro è il tuo fato, ne consegue che non serve a niente chiamare il medico » (I1 fato, XII).
Boezio invece rifiuta il ragionamento pigro e opta per la fede nella provvidenza: le cause del fato « concorrono e confluiscono insieme in virtù di quell'ordine che, scaturendo dalla fonte stessa della provvidenza, dispone tutte le cose nei luoghi e nei tempi a essi appropriati (La consolazione della filosofia, V, 1, 50). E’ una risposta consolatoria e tipica del Medioevo.
Invece, la risposta dell'antesignano di questa problematica classica, Aristotele, era del tutto estranea alla fede religiosa. Nella Metafisica egli spiega il caso come la conseguenza accidentale di un'azione, cioè come un risultato ne necessario ne probabile: “Per esempio, se uno scava una fossa per piantare un albero e trova un tesoro. Questo ritrovamento del tesoro è un accidente per chi scava una fossa: infatti l'una cosa non deriva dall'altra ne fa seguito all'altra necessariamente; e nemmeno per lo più chi pianta un albero trova un tesoro” (1025 a 15). E per Aristotele l'accidentale non è mai catturabile col pensiero.
Insomma, laddove Boezio andava ad appellarsi alla fede religiosa, Aristotele poneva un punto interrogativo. Ancora oggi l'umanità si divide tra chi ha fede in una qualche provvidenza e chi invece si rassegna al punto interrogativo.

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